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22 Aprile 2026 By Matteo Ficara Leave a Comment

Rivalutazione Cognitiva. Perché “cambiare idea sulle cose” è una strategia di benessere mentale ed emozionale, come farlo in modo semplice grazie all’immaginazione e al significato.

Rivalutazione Cognitiva. Perché “cambiare idea sulle cose” è una strategia di benessere mentale ed emozionale, come farlo in modo semplice grazie all’immaginazione e al significato.

Impara a usare la rivalutazione cognitiva per cambiare sguardo sulle cose, avere una maggiore consapevolezza, ampliare gli orizzonti possibili e decidere meglio.

Ti sarà successo di trovarti in delle situazioni in cui ti era chiaro che “non potevi fare niente”: non ti era possibile in alcun modo agire direttamente sugli eventi, per cambiarli. E allora, che hai fatto?

Magari, in modo del tutto naturale, ti è capitato di fermarti, respirare e centrarti, guardare alla situazione da una prospettiva altra, diversa, che ti ha permesso di capovolgere il senso delle cose. È un esempio di rivalutazione cognitiva in azione.

La rivalutazione cognitiva

Ci sono momenti in cui la vita sembra chiudersi attorno a un solo significato.
Un evento accade, qualcosa ci ferisce, ci spiazza o ci mette sotto pressione, e in pochi istanti costruiamo un’interpretazione che appare definitiva: “è andata male”, “non sono capace”. Eppure è proprio in quello spazio, brevissimo, che si gioca una parte importante della nostra libertà interiore.

La rivalutazione cognitiva riguarda proprio questo passaggio: è la capacità di attribuire un significato diverso agli eventi.

È un atto filosofico.
Perché ci ricorda che non viviamo in una realtà neutra e sterile, ma in un mondo fatto di significati che noi stessi attribuiamo alle cose. Il filosofo Paul Ricoeur diceva che siamo immersi nel simbolo e che il simbolo ci fa pensare.

E così, oltre alla realtà “delle cose”, c’è una “realtà interiore”, una foresta di simboli e significati, attraverso la quale ci raccontiamo il mondo, lo capiamo, lo costruiamo.
E se magari a volte non abbiamo potere sugli eventi, su questa narrazione lo abbiamo.

Noi abitiamo significati. E spesso soffriamo non soltanto per i fatti, ma per il modo in cui li abbiamo organizzati dentro di noi.

Il pensiero come architettura dell’esperienza

C’è un’idea molto potente che attraversa parte della filosofia e della psicologia contemporanea: l’emozione non è solo qualcosa che ci cade addosso, ma qualcosa che prende forma dentro un sistema di letture, memorie, previsioni, associazioni.

Questo significa che non scegliamo volontariamente ciò che proviamo e né che tutto dipende dalla mente in modo astratto. Vuol dire che tra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio in cui il pensiero contribuisce a dare forma all’esperienza.

La rivalutazione cognitiva lavora in questo spazio.
Interviene tra la costruzione della mappa del mondo, i significati che attribuiamo alle cose, e la risposta biochimica delle emozioni nel corpo. E lì, in quello spazio, possiamo dire a noi stessi: “forse questo evento può essere visto anche in un altro modo”.

Questa possibilità di riformulare il senso dell’esperienza è una delle forme più alte del pensiero umano.
Certo… richiede un po’ di metacognizione, quella capacità di “accorgerci del nostro stesso pensiero”, ma è qualcosa di allenabile.

Perché pensare non è un movimento passivo, ma è un’azione attiva del “dare forma e significato alle cose”. Costruisce senso.
Significa organizzare il caos, attribuire un peso diverso agli elementi, creare connessioni nuove. E quando il pensiero cambia assetto, anche il mondo interno cambia paesaggio.

Mindset: la postura con cui guardiamo il mondo

La rivalutazione cognitiva ha un legame profondo con il mindset, ovvero con una specie di “postura” che teniamo a livello di pensiero. È il tipo di sguardo che appoggiamo sul mondo, su noi stessi e sul futuro.

Esistono più tipi di mindset e si possono coltivare.

Uno è il mindset rigido, che tende a fissare i significati una volta per tutte.
È il mindset che trasforma un errore in identità fallimentare, una difficoltà in condanna, un rifiuto in un sé inadeguato. È la mente chiusa alla novità, all’alterità, alle alternative. Di norma prende la prima interpretazione che trova, quella che ha già “stoccato” (sua o che gli proviene dall’esterno) e la scambia per verità.
Non dubita, non chiede. Si accontenta (e non gode).

Un altro è un mindset aperto, più filosofico, capace di sostare nell’ambiguità, nel paradosso e nel dubbio, con interesse.
Un mindset che poggia molto sulla curiosità, sul piacere di scoprire cose nuove, punti di vista, opzioni. Sa che ogni evento può essere visto da più angolazioni.

Solo in questa seconda prospettiva la rivalutazione cognitiva diventa una pratica di libertà.
Certo non elimina il dolore, ma impedisce che il dolore abbia l’ultima parola sul significato delle cose.

Nota bene: non è “pensiero positivo”.
Chi coltiva un mindset aperto e si allena a saper riconoscere ANCHE gli aspetti positivi possibili delle cose, non vive in una bolla irreale, ma – anzi – in un mondo più ampio ed interconnesso. Si apre alle alternative e smette di essere determinato dalla prima lettura disponibile, ma sceglie un ruolo attivo nella costruzione del proprio mondo interno.

Immaginazione: la facoltà che riapre il possibile

Nella fase di riformulazione del significato delle cose, l’immaginazione gioca un ruolo cruciale.
Anche in questo caso, non si tratta di evasione, fantasia o decorazione della mente, ma di un uso consapevole di questa strategia: l’immaginazione è una facoltà decisiva per l’orientamento umano perché ci propone continuamente scenari possibili.

Senza immaginazione restiamo prigionieri dell’immediato.
Vediamo solo ciò che appare, nel modo in cui appare, e finiamo per confondere il presente con il destino (tutto il possibile).
Allenare l’immaginazione diventa, in questo caso, una strategia mirata di aumento di possibilità, di allargamento della realtà interiore e del senso delle cose.

Rivalutare cognitivamente significa immaginare un’alternativa di senso.
Significa generare una possibilità interpretativa diversa da quella automatica. Quando rileggo un evento, sto già facendo un lavoro immaginativo e viceversa: quando immagino, sto costruendo alternative. Sto provando a vedere ciò che non era evidente, a costruire un’altra ipotesi, a spostare il focus da una narrazione impoverente a una più ampia e vitale.

Rivalutazione cognitiva e presa di decisione

Tutto questo (rivalutazione cognitiva, emozioni, costruzione del significato, uso dell’immaginazione) ha conseguenze dirette sulla presa di decisione.

Perché decidere non è soltanto confrontare opzioni e sceglierne una, ma è – ancora prima – attribuire valore alle cose.
Prima di decidere, valutiamo. Leggiamo il contesto, il suo significato, valutiamo opzioni, cerchiamo direzioni, anticipiamo possibili conseguenze. Ma quando la mente è governata da interpretazioni rigide o minacciose, anche le decisioni diventano più difensive, più corte, più povere.

Senza una consapevole valutazione delle cose e del loro valore, tendiamo a scegliere in modo schematico, prendendo scelte già fatte nel passato. E se gli eventi sono “difficili”, spesso andiamo per evitamento: evitare una possibile perdita immediata, ridurre ansia, tornare rapidamente a una zona conosciuta.
Una persona che coltiva questa capacità, invece, può attraversare meglio l’incertezza, reggere la complessità, distinguere tra pericolo reale e allarme interno, tra probabilità di rischio e paura paralizzante.

La rivalutazione cognitiva non rende “più saggi”, ma facilita la creazione delle condizioni per una decisione più consapevole.
Riduce il dominio della reazione e restituisce spazio alla riflessione.
Aumenta la flessibilità mentale e la capacità di problem solving.

Ogni decisione importante, del resto, implica una lotta tra visioni.
C’è sempre una parte di noi che vuole proteggersi e restare su ciò che conosce (senza rischi) ed una che vuole crescere, esplorare, espandersi. E, come sempre, la qualità delle nostre scelte dipende dalla qualità delle immagini interiori e dei significati che siamo capaci di costruire.
Se vediamo solo catastrofi, sceglieremo in difesa. Se sappiamo immaginare futuri possibili, potremo scegliere per un mondo felice.

Il significato come bussola

Certo… se viviamo un momento sfidante a volte pare impossibile cercare/vedere alternative e applicare la rivalutazione cognitiva. Anche se è una facoltà allenabile, spesso partiamo con gli ingranaggi arrugginiti ed una immaginazione bloccata.

Ma c’è qualcosa che possiamo fare, in ogni momento, e che in quelle situazioni ci aiuta, facilitandoci nel trovare una direzione: individuare ciò che conta davvero per noi.

Nonostante rispondere alla domanda “Cosa conta davvero per me?” possa essere inizialmente difficile, continuando a chiederselo e magari usare un framework già impostato, rendono la ricerca più semplice.
E questo perché la vita di ognuno è piena di elementi che “hanno senso” e che “danno senso” al vivere.

Molte giornate passano dietro alle urgenze, alle emergenze a quello che “va fatto”, ma non attorno a “ciò che conta”.
Per cui ho pensato di fornirti qui alcune brevi domande che puoi usare per iniziare.

Se guardo ai fatti (ore dedicate a…), a cosa sto dando importanza adesso?
A cosa vorrei, invece, darne di più (di tempo, dedizione)?

Quali sono quelle cose che tendo a proteggere di più? Che valore hanno per me?
Ci sono cose “senza le quali non potrei vivere”? Quali sono? Perché sono importanti?

Tra i vari ruoli che incarno ogni giorno (a casa, al lavoro), quale mi fa sentire più importante (maggior riconoscimento)?
Come mi fa sentire? Perché? Che cosa sto proteggendo davvero nelle mie scelte? Quale significato sto attribuendo a ciò che vivo? E soprattutto: ciò che oggi mi cattura coincide davvero con ciò che conta?

Avere in tasca queste domande e risposte, ti aiuta anche nei momenti difficili ad applicare uno sguardo diverso, di significato, alle cose. Perché alla fine la rivalutazione cognitiva è una strategia filosofica ed esistenziale insieme, che ti permette di ritrovare senso.

E viceversa il senso ti aiuta a rivalutare le cose, magari trovando un diverso ordine di valore alla realtà interiore ed esterna.
Nei momenti difficili riconoscere ciò che conta non elimina il dolore, ma gli assegna un posto. Non cancella la fatica, ma le dà direzione. Non semplifica artificialmente la vita, ma le restituisce un centro.

In fondo, la rivalutazione cognitiva è anche questo: l’arte di spostare lo sguardo da ciò che invade a ciò che orienta. E quando lo sguardo torna a posarsi su ciò che conta davvero, allora il pensiero si fa più limpido, l’immaginazione più feconda, le decisioni più coerenti e la vita, pur dentro la sua complessità, ritrova un senso di direzione.

Filed Under: Blog, Consapevolezza, Felicità, Filosofia, Filosofia del Profondo, Narrazione Tagged With: decision making, filosofia, Immaginazione, meaning, Pensiero, presa di decisione, significato

5 Ottobre 2022 By Matteo Ficara Leave a Comment

Siamo chi ci raccontiamo di essere. Il potere del pensiero immaginativo-narrativo.

Siamo chi ci raccontiamo di essere. Il potere del pensiero immaginativo-narrativo.

Storia personale, realtà, futuri… sono queste le coordinate entro cui riconosciamo “chi siamo”, qual è il nostro posto nel mondo e quali prospettive realizzare. E sono tutte narrazioni che facciamo a noi stessi. Il bello è che possiamo cambiarle.

Sono appassionato di storie, miti, fiabe e narrazione – in generale – da sempre. Mi affascina il loro potere di accompagnarci al di là degli schemi di pensiero logico-razionale, di farci “guardare” oltre, sperimentare e vivere esperienze del tutto inattese e magari anche altrimenti impossibili.

Si, perché c’è un meccanismo di base fondamentale, in questo genere di racconti: quando li ascolti o li leggi, tu pensi per immagini. La tua immaginazione costruisce quelle scene e ti ci catapulta dentro, permettendoti così di vivere esperienze formative per la coscienza.

Attraverso queste storie, che noi raccontiamo continuamente a noi stessi, rispondiamo alle domande: “Chi sono? Qual è il mio posto nel mondo? Che prospettive realizzare?”.

È quindi, forse, estremamente importante conoscere queste storie, definirle al meglio e… anche saperle raccontare.

Perché ci raccontiamo storie

Ci potrebbero essere molte motivazioni al fatto che siamo portati, in modo naturale, a trasformare tutti i nostri vissuti in una specie di narrazione. Alcuni di questi godono di un maggiore credito, come la teoria dello “stile esplicativo”, menzionata anche da Seligman nei suoi studi sull’ottimismo.

In poche parole: quello che cambia tra una persona ottimista ed una pessimista è il “come si racconta” gli avvenimenti, come li rilegge, attraverso questo filtro narrativo detto “stile esplicativo”, che si regge su tre elementi cardine: personalismo, permanenza e pervasività.

  • personalismo: tutto si incentra su di me. Nel caso del pessimismo, è “colpa mia” il fatto che le cose siano andate male. Nel caso dell’ottimista, è “merito mio” se le cose sono andate bene;
  • permanenza: nel caso del pessimista, quell’evento negativo, resterà presente in modo permanente nella mia vita. Per l’ottimista, invece, nel tempo le cose si sistemeranno;
  • pervasività: un evento che accade in una specifica area della nostra vita, per un pessimista, presto si allargherà, coinvolgendo la vita intera. Un ottimista invece nota che ci sono molte altre aree della sua vita, che sono “sane”.

In poche parole, quello che fa la differenza, non sono “gli eventi”, ma il modo in cui li leggiamo e ce li raccontiamo. È la lente con cui guardiamo al mondo, insomma, che ce lo fa vedere distorto o diritto.

Sembrerebbe dar credito a questa teoria anche la ricerca della Ljubomirsky, sull’impatto dell’epigenetico sulla nostra felicità. In soldoni: sembra che gli eventi caratterizzino la nostra felicità solo per un 10% del totale. Un 50% è dato dalla genetica (la predisposizione ad ottimismo o pessimismo) e quell’ultimo 40% è dato dalle nostre azioni intenzionali.

Sì, in poche parole: possiamo decidere di modificare le storie che ci raccontiamo.

La ricerca di un senso

Un altro motivo che ci spinge a raccontarci storie, mettendo insieme i pezzi – le informazioni, i dati – che raccogliamo vivendo è che… sotto sotto, abbiamo bisogno di trovare un senso a quello che accade, a ciò che viviamo.

Lo dimostra, da una parte, quell’accanimento che spesso si ha nel cercare una “missione personale”, una specie di direzione che possa dare un senso a tutto il nostro vivere: adesso, ieri, domani.

Ne ho trovato traccia anche in un (insospettabile) articolo su IlSole24Ore, che avevo segnato tempo fa, ma che solo ora riprendo, in cui c’è una bellissima frase di Thomas Gilovich, espressa nel suo “How we know what isn’t so: The fallibility of human reason in everyday life” (The Free Press, 1991):

«Noi siamo fatti per trovare un ordine, modelli e significati nel mondo. Per questo troviamo il caso e il caos del tutto insoddisfacenti. La natura umana rifugge l’imprevedibilità e la mancanza di senso»

E su questo tema, della ricerca del senso e del rifuggire l’imprevedibile, torneremo. Ma ora ci sofferiamo sul fatto che, in questo tentativo di mettere insieme i pezzi, commettiamo un sacco di errori.

Bias cognitivi e pensiero deduttivo

Il mio interesse per il pensiero – ovvero tutti quei processi che si aggirano tra l’avere idee, l’usarle, il costruire con esse una filosofia personale ed il prendere decisioni – non poteva che portarmi a studiare (ancora a livello “basic”) le euristiche ed i bias cognitivi.

Per dirla in modo semplice: nei suoi ragionamenti (deduzione) il pensiero segue dei percorsi e delle scorciatoie (euristiche), che si appoggiano su convinzioni e veri e propri errori (bias) di valutazione.

Insomma, un casino. Ma un casino di cui non ci accorgiamo e sul quale costruiamo le nostre decisioni e quelle narrazioni che ci conducono a fare quelle determinate scelte. In poche parole: quelle narrazioni ci conducono a costruire la vita che viviamo.

Ecco, se vuoi fare un lavoro per intercettare possibili sentieri alternativi di pensiero, per mettere in scacco il tuo modo di pensare attuale, ti invito a scoprire gli incontri 1-a-1 con me:

Scoprire e cambiare storie

Esistono quindi, dentro di noi, una moltitudine di storie. Per quanto possa sembrare assurdo, anche la nostra “storia personale”, quella che ricordiamo con la memoria, è una narrazione: più studi, tra cui ricordo sempre quello di Oliverio, dimostrano che quello che ricordiamo è una ricostruzione che viene continuamente modificata dall’immaginazione e ri-narrata alla coscienza.

E così, allo stesso modo, sempre con la narrazione, in noi lavorano anche le prospettive, ovvero quelle “idee di futuro” che abbiamo e verso le quali agiamo continuamente, cercando di costruire o evitare l’uno o l’altro orizzonte.

Spesso, però, siamo trainati da queste storie in modo del tutto inconsapevole. Ecco perché la cosa da farsi, prima di tutto, dovrebbe essere: dedicare tempo ed attenzione a scoprire le nostre narrazioni.

Personalmente credo che il modo migliore sia usare l’intelligenza narrativo-immaginativa. La stessa che usiamo, viceversa, per costruire quelle storie, modificarle e ri-narrarle continuamente alla coscienza. Ne ho scritto qualcosa in un ebook che si può avere gratuitamente acquistando il mio “Andata e Ritorno” su Il Giardino dei Libri (e solo lì!).

E ne ho parlato anche nel mio ultimo libro “Pensare per Immagini“.

Pensare per Immagini

Usare l’immaginazione

Uno degli strumenti più efficaci per individuare le proprie storie e modificarle è, quindi, il pensiero per immagini. Lo confermano le ricerche scientifiche sia sulla memoria che sulle prospettive, così come anche alcuni stratagemmi per affrontare il presente (ad esempio “l’effetto Batman“).

La domanda che viene è: come si può usare al meglio la propria immaginazione?
Ci sono veramente tanti modi per farlo, li ho descritti in “Pensare per Immagini“, ma quello che preferisco è: scoprire e generare nuove idee. In particolare, per le proprie prospettive e per esprimere il potenziale.

Qualcuno la chiama “creatività” e ci può stare, se intendiamo generare idee. Perché poi, passare da quelle idee a generare anche “realtà”, il passaggio non è affatto immediato (non credo in un’immaginazione che crea solo pensando, insomma).

Ma è possibile, solo che richiede un lavoro su:

  • 1- comprendere le nostre visioni attuali (le narrazioni per il futuro);
    • e per farlo è necessario sia aumentare la capacità di focalizzazione dell’attenzione, che migliorare la capacità di chiarezza mentale;
  • 2- individuare e generare alternative;
    • per cui abbiamo bisogno di alzare energia e coraggio, affinare l’ottimismo, aumentare la capacità di desiderare e spalancare le porte al possibile per individuare il nostro potenziale;
  • 3- darsi da fare per esprimere quel potenziale, con azioni e micro-azioni quotidiane.

Il sistema che consiglio di usare per farlo?
Le Stanze dell’Immaginazione®
Un modo di pensare immaginativo che ho ideato nel 2010, messo al punto in 4 anni di ricerca e poi insegnato ad oltre 500 persone. Per pensare in modo imamginativo è utile raggiungere uno stato di rilassamento, che guido ed insegno.

Permettere alla coscienza di rilassarsi, seguendo una narrazione immaginativa, è come invitarla a seguire una “strada”. È proprio questa strada che accompagna nelle Stanze dell’Immaginazione. Un luogo fatto di immagini, di pensiero, organizzato in nove ambienti, con un arredamento specifico, che ci permette di usare l’immaginazione in più modi (visualizzare e cambiare stato, scoprire, generare idee, ecc…), ed averne avere una serie di benefici.

In particolar modo, usare questo sistema di pensiero aiuta a fare chiarezza, generare alternative e prendere decisioni migliori, più allineate con quello che desideriamo per noi adesso e nel futuro.

Video corso

https://happinessforfuture.it/prodotto/stanze-immaginazione/

Corso dal vivo

https://www.matteoficara.it/attivazione-stanze-immaginazione/

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22 Giugno 2021 By Matteo Ficara Leave a Comment

Storie di Forza. I tuoi Punti di Forza sono quelli di Eroi e Supereroi.

Storie di Forza. I tuoi Punti di Forza sono quelli di Eroi e Supereroi.

Cadere e rialzarsi. Capitano storie di difficoltà, di scelte infelici, di incomprensioni e di imprevisti. Capita anche di uscirne, a volte grazie a risorse inattese. Ecco l’importanza di portare consapevolezza sui propri punti di forza: rendere più rapido il processo del rialzarsi.

Gennaio 2021 ha segnato, per me, l’inizio di qualcosa di nuovo: la società.
Con la mia consorte e socia, Lara Lucaccioni, abbiamo aperto Happiness for Future srl, startup innovativa e società che si occupa di formazione. Da una parte, insomma, abbiamo messo insieme le nostre storie ed esperienze, dall’altra progettiamo il futuro.

Da quando abbiamo iniziato, il mio ruolo – da visionario – è passato ad essere “risolutore di problemi”.
Immagina: un pesci, esperto di immaginazione, filosofo, invischiato nei cavilli burocratici.

È stato quasi come la depressione di tanti anni fa… però ora so come uscire dai loop negativi, riconnettendomi ad una fonte di energia senza fine e trovando risorse che mi permettono di superare ogni sfida: conosco i miei punti di forza in modo consapevole.

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19 Gennaio 2021 By Matteo Ficara Leave a Comment

Crisi e opportunità. Una narrazione da sfruttare per costruire futuri migliori.

Crisi e opportunità. Una narrazione da sfruttare per costruire futuri migliori.

L’universo fu creato da un “Big Bang”. Ma anche la Terra e la Luna per come le conosciamo: si sono generate da uno scontro col pianeta Theia. Si potrebbe dire che abbiamo, nel DNA, una storia di “crisi”, che diventano opportunità.

Avevo sentito tempo fa questa storia della nascita della Luna, ma non le avevo dato molta attenzione. L’altro ieri, invece, guardando un documentario su National Geographics con Lara e la piccola Beba, abbiamo ritrovato questa affascinante teoria.

Una teoria scientifica, una storia che si appoggia su dati e ricerche e che, come le mitologie di un tempo dà un sapore magico al nostro vivere di ogni giorno.

Una narrazione di difficoltà, momenti di crisi, che si trasformano in inattese e meravigliose opportunità.

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MATTEO FICARA
Filosofo, CHO, Futurista
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